Mara Cerri è stata definita in una recente occasione “una delle migliori illustratrici europee”, e a ragione. Credo che basti un’occhiata alle tavole che ha prodotto e ai libri pubblicati per averne conferma, anche se il suo curriculum parla ancora più chiaramente: numerose sono le collaborazioni con giornali e riviste italiane di rilievo, così come si moltiplicano le partecipazioni a Fiere e Biennali di illustrazione in tutta Europa. Da ultimo i suoi libri – su testi propri e di altri autori – sono stati pubblicati dalle maggiori case editrici italiane e tradotti in numerosi paesi esteri.
C’è da chiedersi quale sia la formula di questo successo incalzante per un’autrice assai giovane (non ha ancora 30 anni) che dimostra una grande professionalità esecutiva ma, allo stesso tempo, una straordinaria capacità di invenzione narrativa. Credo sia proprio questo aspetto del suo lavoro – un immaginario sciolto, inquietante e profondo – che riesce darsi forma in uno stile appropriato, a caratterizzare in senso rilevante il suo lavoro e a renderlo quasi unico nel suo genere. Non è un caso che in prima battuta vengano in mente i Surrealisti – sulla scia di Delvaux o di certi dipinti di Leonor Fini – proprio per l’utilizzo di un repertorio onirico, attento alla dimensione infantile, alle paure più profonde come ai desideri. Ma in primo luogo le immagini dell’autrice non provengono da alcuna elaborazione onirica e soprattutto decantano in un’aura più semplice quel che di allegorico e di macchinoso che risulta emergere da molte opere dei Surrealisti. Col risultato, proprio per questa mancanza di effetti speciali, di apparire assai più inquietante.
La stessa sospensione che caratterizza le opere di Casorati, dei pittori di Novecento, o di Domenico Gnoli, un artista non a caso molto amato da Mara Cerri, è presente in queste tavole, che talvolta utilizzano un linguaggio espressivo più sfumato – affine alla stessa imprecisione dei ricordi -, mentre in altri momenti costruiscono immagini più incisive, realistiche anche se semplificate, con l’intento (o l’effetto) di causare una frizione fra l’aspetto rassicurante e l’inquietante prodotto del significato.
Molte delle illustrazioni, in particolare quelle che nascono sulla base di testi autoprodotti – come Dentro gli occhi cosa resta e il più recente Ad una stella cadente – o che nascono sciolte da qualsiasi intento narrativo, sembrano partecipare dell’essenza poetica dei sogni ad occhi aperti, un’abilità solo apparentemente semplice: per quanto sia il mondo dell’infanzia a garantire una sorta di primato nel mondo della rêverie, anche l’immaginario dei bambini è colonizzato da stereotipi, che rendono impossibile la restituzione dell’originalità e della poesia, necessarie all’evocazione. Mara riesce a mantenere vive, direi a pieno fuoco, le immagini che condensano parole o ricordi – Dentro agli occhi cosa resta è un bellissimo libro sulla sua infanzia e sulla memoria di essa -, nel senso che portano in sé un’emozione potente riuscendo a ritrasmetterla e a mantenerla inalterata. In effetti, la prima cosa che colpisce è proprio questa: un’emozione che riesce a farsi immagine senza utilizzare alcunché di conosciuto o abitudinario, evitando la semplice e impoverente traduzione letterale. Così i capelli bianchi e lunghi della nonna, liberati dalle forcine che li trattengono, si librano in aria in volute stupefacenti sotto gli occhi meravigliati di tre sorelle bambine, che vi contemplano il tempo e la vita vissuta. L’isolamento dell’infanzia nei giochi sulla spiaggia – che sono le lunghe giornate senza ore, scandite solo dal richiamo degli adulti per le tappe della merenda, del bagno, del momento del rientro – sta tutto lì, in una piccola schiena assorta, circondata da un infinito moltiplicarsi di monticelli di sabbia usciti dal secchiello. I ricordi dell’infanzia sono tutti in fila, forti di emozioni sfumate ma importanti – come il passaggio all’età adulta -, difficilmente trascurabili a meno di rimozioni: tutto è eseguito con un’estrema raffinatezza, giocando su elementi metaforici, associazioni spontanee e immagini-ricordi, preziosi quanto ciò che rimane da una mareggiata.
Come le reminiscenze d’infanzia non sono sempre nè felici, nè spensierate, così le immagini possono virare bruscamente in incarnazioni d’angoscia, paure abissali, condivisibili tanto da adulti che da bambini, perchè hanno origine proprio nello stesso luogo dell’origine di tutti. L’ombra del tempo si incarna in una mano che “segna” la schiena di un bambino, travolgendo incoscienza e spensieratezza; una bambina d’altri tempi, vestita degli abiti della domenica, è incastonata in un interno borghese: un’immagine rassicurante non fosse per le sue gambe, per buona parte assenti; un bambino si stringe alle gonne di una donna, vicina ad un’altra, ma sollevando quel poco le vesti scopre – ma il piccolo invita allo stesso tempo a tacere! – che sotto, sotto al vestito, non c’è alcun corpo. Si tratta di un quadro dell’infanzia poco rassicurante, che analizza non tanto i timori nei confronti di qualcuno o di qualcosa di preciso, ma la stessa radice della paura, quella che nasce nelle intercapedini di spazio e tempo, quella che accompagna – e segna – i passaggi e i limiti delle esperienze. Come il rocchetto si svolge e riavvolge, battendo il tempo dell’assenza della madre, è la paura di ciò che non si riesce a spiegare, di ciò che sfugge e non si possiede con la mente: molto meno dell’orrore ma molto più potente della paura verso qualcosa di definito, le immagini di Mara Cerri esplorano le paure che non hanno ragione razionale ma non per questo sono meno destrutturanti.
Non è quindi un caso il fortunato incontro fra Laura Ferrante – a cui dobbiamo L’amore molesto, I giorni dell’abbandono e l’ultimo, bellissimo, La figlia oscura – e Mara Cerri, che per la scrittrice ha recentemente illustrato una favola per bambini e adulti, dal titolo La spiaggia di notte. Probabilmente non è un caso che la stessa angosciosa fantasia – un abito vuoto come sostituto della persona, un abito che mantiene le forme di un corpo che non c’è – sia stata descritta in passato dalla Ferrante ed elaborata nello stesso tempo in alcune tavole da Mara Cerri: entrambe possiedono la stessa sensibilità per i nodi che costituiscono i centri sensibili delle vite, per un mondo di oggetti che fanno da catalizzatori delle paure. Immagini e racconti che ci permettono di vincerle anche, qualche volta.
In mancanza di parole di Serena Simoni
Gennaio 30, 2008 di gianlucacostantini
Pubblicato in Testi critici | Contrassegnato da tag Ad una stella cadente, art, arte, Casorati, Delvaux, Domenico Gnoli, Galleria Mirada, illustration, illustrazione, L'amore molesto, la figlia oscura, Laura Ferrante, Leonor Fini, libreria mirada, Mara Cerri, Surrealismo | 1 Commento
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in effetti sono immagini che parlano a lungo e lasciano qualcosa anche quando si smette di guardarle. Interessanti ed emotive